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Blackvelvet editrice

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Anatomia dell’immagine
di Hans Bellmer.
Adelphi, Milano, 2001.
Pagine 95 con 11 disegni dell’autore, euro 7,23.



Il lavoro artistico di Hans Bellmer (1902-1975) gira attorno a una bambola, anzi “alla Bambola”, die Puppe, un manichino articolato che l’artista ha cominciato a costruire sin dal 1933, che porta con sé lungo gli anni, che abbellisce, dipinge, smonta, fotografa «una ragazza artificiale dalle possibilità anatomiche capaci di rifisiologizzare le vertigini della passione», così la definisce... Lui che nel 1933, decide di non fare più alcun lavoro che fosse utile allo Stato. La sua creazione artistica non lo è. Gli è anzi dannosa, quindi necessaria più dell’aria. È un costruire lentamente quello di cui i sensi si sono impadroniti, adattare giunture, arrotondare pubi, comporre arti...
Cosa sia questo piccolo libro, apparso per la prima volta nel 1957 e ora proposto da Adelphi, non è facile dirlo, perché non è senza difficoltà nemmeno il libro, forse sarebbe utile che il lettore avesse ben presenti i lavori di Bellmer, la sua ricerca sadiana nell’ambito del surrealismo. Che ricordi la serie di acqueforti per Histoire de l’oeil di Georges Bataille (1944), per esempio.
Il testo non è nuovo in edizione italiana, è già apparso con il titolo Piccola anatomia dell’inconscio fisico, ovvero l’anatomia dell’immagine, nel 1980 per i tipi di Arcana Editrice. Quell’edizione, forse ancora rintracciabile in qualche bancarella, era pregevole proprio perché accompagnata da “altri scritti”, ausilio non da poco per interpretare Bellmer, come le lettere che Joë Bousquet gli ha inviato dal suo letto di invalido. O quella scritta da Bellmer stesso a una sua amica, tale Polly (e pubblicata nel 1975 nella rivista Obliques), alla quale Bellmer chiarisce in questo modo il suo testo (la traduzione è di Ottavio Fatica che cura anche questo libro di Adelphi): «Cara Polly, proverò dunque a farti una breve sintesi del mio libro Piccola anatomia dell’inconscio fisico o l’anatomia dell’immagine. [...]
Sciorinare davanti al lettore l’esistenza di una Anatomia del nostro corpo che è puramente soggettiva, immaginaria, e che in quanto non oggettiva trova di che nutrirsi negli stati febbrili e spesso psicopatologici, compreso il delirio sessuale. Insomma, quando cediamo alla paura o al desiderio, siamo in grado di sentire e immaginare degli esseri umani piuttosto fantastici, scandalosi o “assurdi”. Ho qualche esitazione a scrivere la parola “assurdo”. Infatti, proprio nel combinare parti di bambole o parti più o meno complete della “Bambola”, ne ho trovate che non avevano senso, e non provocavano la sensazione del “probabile”, del “desiderato” – non comunicavano assolutamente niente. In compenso ne ho trovate altre che scatenavano in me un piacere incomparabile, o a rigore paragonabile a quello che si deve provare trovando un tesoro febbrilmente cercato per venti o trent’anni. [...]
Perché si possa immaginare qualcosa, bisogna che prima i serbatoi della memoria siano pieni. La memoria può alimentarsi solo attraverso l’esperienza, l’osservazione, la percezione, che cominciano al momento della nascita. [...]
Nell’essere umano con una qualche esperienza, a partire diciamo dai cinque anni, non si dà più osservazione, cioè percezione di un oggetto del mondo esterno, senza che la memoria gli rinvii un’immagine già registrata, più o meno adeguata, a titolo di paragone. [...]
E poi il libro ha un altro difetto: è scritto in forma troppo stringata. Presuppone da parte del lettore uno sforzo che questi, il più delle volte, non può fare. Inoltre, il carattere scandaloso non sempre attrae il lettore o la lettrice».
Silvio Andrei (21 luglio 2003)



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