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Amicizie profane
di Harold Brodkey.
Consorzio Venezia Nuova, Venezia, 1992.
Pagine 438, fuori catalogo.



Nel 1992, Harold Brodkey, lo scrittore americano, viene invitato dal Consorzio Venezia Nuova a trascorrere tre mesi nella città lagunare assieme alla moglie Ellen Schwamm. E gli viene commissionato un componimento ambientato nella città da inserire in una collana di libri che il Consorzio era uso regalare come strenna natalizia: tutti testi, inevitabilmente, dedicati a Venezia, di bella confezione, fuori commercio.
Nasce così Amicizie profane, una storia con tre protagonisti, Nino, Onni e Venezia, raccontata in prima persona da Nino diventato adulto.
Il libro è singolare, e il lettore se ne avvede subito, soprattutto se a digiuno di opere dello scrittore americano. Amicizie profane è una scrittura pregna di quel narcisismo letterario che ha valso a Brodkey il soprannome di “Proust d’America”. L’autore statunitense, infatti, non segue una narrazione di avvenimenti sequenziali, ma piuttosto se ne allontana continuamente, rincorrendo pensieri, associazioni di idee, suggestioni... secondo l’ordine sparso con cui si forma la coscienza del mondo e della vita, prima in un bambino, successivamente in un adolescente, infine in un uomo adulto.
Amicizie profane è come un percorso che non conduce veramente in nessun luogo, ma che di ogni passo fa la sua meta, invitando a osservare i dettagli del terreno e le infinite variabili di un paesaggio che è sempre lo stesso. È un’opera di digressione e di scavo, che ritorna continuamente su se stessa, sino all’ostinazione, per tentare di dare forma scritta a sensazioni fuggevoli dell’animo, intangibili e remote. Il tutto per rendere più veri, reali, non archetipici i due ragazzi e la città dove si consuma la loro “amicizia profana”, il loro amore singolare.
***
Harold Brodkey sapeva di non proporre un testo facile. Per questo ha stigmatizzato le sue intenzioni in una presentazione che è anche un contratto con il lettore.
«Bisogna che mi scusi per il racconto che vi sto proponendo. È un’impresa letteraria che tenta di ritrarre la vera natura dell’amore valendosi di un modello che potrebbe anche non essere un vero esempio d’amore e di cui comunque non mi compete la rappresentazione, essendo io parte criminalmente in causa. [...].
«Mentre scrivo, il mondo rigurgita, come al solito, di politica, di fame e di violenza. E il tutto ha da essere ben incartato nel sentimento. Scrivere senza sentimento o mentire sembra impossibile.
Io ci proverò ma a certe condizioni, come ad esempio che, sul più bello, nel pieno del tentativo, potrei cambiare idea su quello che sto tentando. E potrei cambiare idea sui personaggi che non sono per niente tipici o archetipici, o insomma, che non sono di certo archetipi dell’amore, e potrebbe venirmi in mente di farne degli archetipi, dopo tutto, dei bei fantocci tutti miei e vostri, e non persone con le quali possiamo paragonare le nostre vite, e via dicendo».

Due ragazzi a Venezia
Nino (Niles O’Hara), Onni (Jason “Giangiacomo” Molinari) e la loro “storia d’amore” sono raccontati a partire dalla nascita della loro “amicizia” alle scuole elementari, in una Venezia degli anni Trenta, imbevuta di Fascismo.
Il padre di Nino è uno scrittore di romanzi “apocalittici”, amico di Hemingway, che idolatra. La madre, invece, è una donna «perfida, bionda e morbida, figlia di un operaio del Galles e sposata con uno scrittore che faceva soldi». I genitori, la governante Zilda e il bellissimo fratello maggiore, Charles (soprannominato Carlo), sono il fondamento dell’esperienza d’amore e di gelosia di Nino.
Onni, invece, è di estrazione più povera. Il padre è un funzionario fascista e la madre, “un po’ matta”, lo introduce alla prostituzione sin da bambino.
La bellezza di Onni e Nino crea in loro una immediata solidarietà. Diventano inseparabili. «Siete innamorati?», gli chiedono tutti.
«Onni e io eravamo alleati, non completamente, ma abbastanza da legittimare, a momenti, la nostra alleanza con confessioni o rivelazioni reciproche, tradendo segreti di famiglia per mettere l’amicizia al primo posto.
Lo facevamo in un bisbiglio, di solito in stanze buie o in calli vuote, e la cosa acquistava un senso di paurosa oscenità, un’oscenità che, nel nostro distacco sessuale – nella nostra freddezza –, sembrava più intensa di quando ci mostravamo l’un l’altro in mutande o con il sedere nudo, o ci guardavamo il pisello a vicenda o andavamo al gabinetto insieme, cosa che (come diceva scherzando mio padre) si esauriva da sé».
***
Poi, attriti acquisiti dai “grandi” e molte altre variabili intervengono nel rapporto simbiotico. Nino si allontana da Venezia con la famiglia, per ritornarvi finita la guerra. I due adolescenti si rincontrano. I caratteri sono più marcati, nascono le tensioni, le competizioni, le rotture e il desiderio dei corpi. Le scoperte giungono sorprendenti, a singhiozzi, diluite nel tempo. I giochi tra maschi, quelli che Onni fa per soldi, li impara anche Nino, con la sua diversa sensibilità, il suo modo di pensare e ragionare, fondamentalmente antitetico a quello di Onni.
Per questo Brodkey parla di un “amore che potrebbe non essere vero amore”, perché non è quello archetipico, assoluto, da romanzo. Brodkey racconta però un rapporto d’amore veritiero, nel quale si riserva di essere “pornografico”. Una pornografia capace di diventare poesia, sotto la sua penna...

«I genitali visti confusamente, e i ritmi sessuali di un’altra persona – è una cosa strana, curiosa, quasi un discorso a vanvera... Sei un buon ballerino? Era interessante, ma la focalizzazione mi sbiadiva continuamente sotto gli occhi. No. In realtà non era interessante; era ripugnante per questo aspetto di efficientismo sessuale.
Giangiacomo riusciva a farsi una sega e guardare. Era agile sessualmente. Era carino, pulito e veloce, intensamente vigile persino in prossimità dell’orgasmo, e sempre vivo.
Io invece mi perdevo e mi lasciavo trasportare lontano o mi facevo le seghe in un modo comico, dolce, violento, che forse implicava una violenza ulteriore, appassionata, irrevocabile... Questa è soltanto un’illusione, forse... Non so...».

«Onni si insaponò le cosce, all’interno, vicino all’inguine, e stese un asciugamano sul pavimento vicino alla stufa.
Mi disse che aveva imparato questo tipo di sesso quando viveva con una famiglia operaia a Cannareggio, l’ultimo anno della guerra dopo che era tornato da Udine. Disse che i maschi lo facevano l’uno per l’altro, non l’uno all’altro. Aveva fatto questa distinzione in modo molto chiaro; capirla era uno dei prerequisiti per fare questa roba.
Mi rassicurava il fatto che ci fossero dei prerequisiti; significava che non era cosa da pervertiti ma una tradizione popolare, in un certo senso, che come tale andava sperimentata – in quanto parte della fratellanza tra gli uomini.
La faccenda del ruolo maschile era un po’ confusa, ma tutti e due ci comportavamo da maschi. Lui era la guida, l’iniziatore. Ma io ero il cane-da-monta, se così posso dire».

Harold Brodkey, una breve biografia
Harold Brodkey, pseudonimo di Aaron Roy Wintrub, nasce nel 1930 a Staunton, nell’Illinois, da genitori ebrei russi. Il padre è un pugile incolto, mentre la madre è figlia di un rabbino. Quando Aaron ha pochi mesi, la mamma si ammala e lo lascia orfano all’età di tre anni: questo trauma segna l’esistenza dell’autore, che ritornerà più volte sul tema della perdita nelle sue storie relative all’infanzia e all’adolescenza.
Dopo la laurea ad Harvard, risale al 1953 la sua collaborazione con il New Yorker. In seguito, Brodkey scriverà per altre tra le massime riviste americane.
Le opere pubblicate sono il volume di racconti Primo amore e altri affanni (First Love and Other Sorrow, 1958), Women and angels (1985), Storie in un modo quasi classico (Stories in a Almost Classical Mode, 1988), e The Runaway Soul (L’anima fuggiasca), monumentale opera autobiografica uscita nel 1991, dopo un paziente lavoro di ordinamento e pubblicazione parziale dei testi (che sollevò l’interesse dei colleghi americani) operato a partire dal 1978 dalla scrittrice Ellen Schwamm, che gli diventerà moglie.
Amicizie profane è del 1992, scritto durante un lungo soggiorno a Venezia, assieme alla moglie, ospite del Consorzio Venezia Nuova (concessionario unico per il Magistrato alle Acque per la gestione dell’ambiente lagunare), che gli ha commissionato il romanzo.
Tra gli anni Sessanta e Settanta vive sporadiche esperienze omosessuali che gli segneranno l’esistenza. Harold Brodkey muore, infatti, a New York nel 1996 di Aids, dopo un decorso della malattia durato tre anni. Questo buio feroce, storia della mia morte (This Wild Darkness: The Story of My Death, 1996) è la cronaca degli ultimi due anni di vita dello scrittore.
Elsa De Marchi (27 settembre 2008)

Il volume può essere richiesto alla Libreria di [nu].




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