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Lavori di lingua: la “recensione”
Come si fanno le recensioni? Semplicemente detto. Prendiamo l’esempio di un libro ma sconfiniamo in altro.
Ci si fa mandare il libro appena uscito. Meglio, il più delle volte sono già gli editori che inviano d’ufficio i libri a una serie di persone (giornalisti) sulle quali suppongono di poter contare per avere una recensione.
Il libro arriva al giornalista, spesso con allegata una “cartella stampa”. Basta ricopiarla (se occorre ridurla, qualora lo spazio sulla rivista o sul giornale sia poco), è già bella piena di locuzioni d’effetto, magnifica già a sufficienza testo (o immagini) e autore, dà anche qualche notizia pseudo colta (qualche collegamento letterario o storico, qualche citazione importante) per far fare bella figura al giornalista-recensore. La “cartella stampa” cerca insomma di vendere il prodotto... Come per i pelati: sempre rossi e sugosi.
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Ovviamente, e lo si evince dalla “cartella stampa”, ogni autore sarà alla sua opera più riuscita. Avrà già ricevuto pareri entusiastici di qua e di là, magari già venduto tot mila copie in prevendita, sarà sicuramente “oggetto di culto” da qualche parte nel mondo (meglio di tutto negli Stati Uniti), si sprecheranno aggettivi esaltanti, eccetera, eccetera.
Insomma il bravo giornalista che riceve il libro (ma anche il DVD, il fumetto, il CD...) “recensendo” in questa maniera fa un favore a un editore, a un collega, a una rivista, a un organizzatore di quelli che pomposamente chiamano “eventi”, e via andare.
Il bravo giornalista-recensore farà di tutto per parlare bene di ciò che ha per le mani (per ricopiare bene, magari aggiungendo – ma solo i più bravi – un paio di superlativi mancanti nella “cartella stampa”). Il bravo giornalista-recensore scriverà ogni cosa con scrupolo di copista, perché quando toccherà a lui pubblicare un libro (gli toccherà di certo, un libro oggi è come il raffreddore: capita a tutti prima o poi), farà lo stesso, spedendo volumi e aspettandosi di ritorno il favore. Certo non ci potrà contare se ora esprimesse oneste critiche o stroncature. O meglio, critiche possono esserci, ma al massimo del tipo: «Avremmo visto bene una copertina più luminosa». Coglionate!
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In Internet la cosa è ancora più macroscopicamente “viziata”: si pubblicano pezzulli pubblicitari per mano di chiunque, su qualunque “imperdibile” libro, film, spettacolo, canzonetta...
Nei tempi di Internet tutto è più facile per il giornalista-recensore. Non occorre avere il libro, né stare lì a ribattere il testo, con il pericolo di aggiungere qualche errore (che almeno gli conferirebbe un tocco di personalità), no: ora è sufficiente andare sul sito dell’editore, dell’ufficio stampa, della mostra... (chiunque ha un sito, no?) e si copia e poi incolla il testo, più la copertina e le immagini se ci sono. Ecco sfornata la brillante “recensione”.
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E ora qualcuno ci spieghi perché mai il lettore dovrebbe credere a quanto scritto e comperare il libro. Se lo fa è un idiota. E, in questo senso, il fatto che si vendano sempre meno libri, farebbe ben sperare nell’umanità.
È più che ovvio che chi realizza un prodotto ne dica tutto il bene possibile, siano pelati come libri. Ma perché mai crederci?
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A nostro sommesso parere, il recensore dovrebbe segnalare qualcosa che davvero conosce, inserendo nel pensiero un motivo critico, collegando cosa a cosa... Magari sbagliandosi. Insomma, un essere per lo meno senziente, non uno sciocco “copia-incolla” e leccapiedi di colleghi, editori, eccetera, a un tanto al mese (eh già, perché c’è pure chi stipendia i “copia-incolla”).
Qualcuno, per scaricare la coscienza forse, le chiama “segnalazioni”, non recensioni. E sarebbe già qualcosa se apparisse ben chiara la differenza e si capisse “cosa” sono. Cioè, se fosse scritto che quanto si riporta non è farina del proprio sacco ma scopiazzatura di cartella stampa (il lettore ha diritto di sapere cosa legge).
Una “segnalazione” dovrebbe limitarsi a fatti oggettivi, che per un libro sono praticamente: autore, editore, costo, numero di pagine, eccetera. Già dire cose tipo “la raffinata prosa di Tizio...” è un dare parere, siamo oltre la “segnalazione” perché quel “raffinata” fa supporre che lo si sia letto il testo in questione.
Si pensi poi che, più di qualcuno diventa anche giornalista pubblicista in base al numero di queste recensioni “scritte” (il termine è esagerato certo, anzi ridicolo...) entro un periodo definito (così indicano le regole). Questo sia detto giusto per far comprendere bene quale possa essere il “valore” del tesserino o dell’essere giornalista in questo contesto. Ma è mai possibile che i giornalisti veri non si inalberino?..
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Consci di questi vizi, che si esprimono a livelli immensi in Internet, ma sono ben noti anche nella carta stampata ovviamente, ci siamo proposti di adottare altri sistemi.
Le cartelle stampa le leggiamo certo, forniscono il punto di vista dell’editore (o dell’ufficio stampa, del critico...), ma ci interessano e le utilizziamo per le informazioni tecniche (data di uscita, prezzo, poco altro). Sopra tutto leggiamo, sfogliamo, guardiamo il libro che vogliamo recensire: è pazzesco a dirsi, ma lo leggiamo davvero. Allo stesso modo guardiamo davvero i film... Certo ci vuole tempo, tutti i siti Internet intanto avranno pubblicato la loro “recensione”: prima di noi. Ma ci va bene così.
Ovviamente possiamo sbagliarci nelle nostre recensioni: si sa che capolavori immortali sono stati stroncati anche per errore del recensore. Moltissimi (infinitamente) di più sono però i libri osannati, sopravalutati, incensati... Per piaggeria da parte del recensore.
Meglio sbagliarsi dunque. E preferiamo sbagliarci da soli piuttosto che seguendo le sviolinate altrui.
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Un esempio, infine.
È stato presentato alla recente Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia un film che ci vede “emotivamente” coinvolti (e chi conosce quanto andiamo scrivendo, non solo in Rete, capisce il perché), è The dreamers di Bernardo Bertolucci. Abbiamo letto quanto scritto attorno al film, quanto detto dal regista, le interviste agli attori... È un film del quale certamente tratteremo, ma dopo averlo visto. Ora potremmo solo riportare sinossi, brani di interviste. Avventare paralleli che hanno fatto già tutti, svelare inediti particolari (pubblicati ovunque, tanto sono “inediti”), sprecare parole logore e olezzanti di ridicolo come “scandalo”. Ma, senza averlo visto ci sembra francamente “disonesto” (qualcuno sa ancora cosa significa questa parola? O la si considera un complimento?).
Tutto questo che evitiamo c’è già in un nugolo di siti. Il lettore se li vada a vedere. Anzi, tra i siti, scelga quelli che sono più seriamente documentati perché a Venezia un loro inviato ce l’avevano, ed era lì a occuparsi di cinema non di pettegolezzi (gossip per dirla con quelli che si credono “di moda”) come invece si è abbondantemente visto ovunque.
Silvio Andrei



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