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Georges Pichard
Un sofferto erotismo “clericale”
di Claudio Dell’Orso



Suore sadiche e abati untuosi sono spesso stati presenti nelle opere di Georges Pichard, la cui propensione per forme femminili armoniosamente giunoniche eppur slanciate appare evidente. Affermava anche, con una punta di sadica malizia, che quando si è cattolici si è sempre colpevoli. Eppure, senza cristiane proibizioni, tormentose cadute nel peccato, minacce di finire per l’eternità a bruciare nell’Inferno tra i dannati, il gusto della trasgressione svanirebbe.
E proprio il castigo, nelle opere del grande fumettista francese (scomparso il 7 giugno scorso all’età di 83 anni), riguarda chi ha soggiaciuto ai piaceri carnali infrangendo il sesto comandamento.
«Il corpo ha contribuito al peccato, deve partecipare alla penitenza; ne è stato lo strumento e l’organo, ne dev’essere la vittima e l’oggetto» dichiarava nel 1818 tale Padre Baudran nel prologo delle disgraziate vicende subite da Marie-Gabrielle de Saint-Eutrope. Specialmente se quel corpo appartiene a una smaniosa signora come lei, dalla floridezza sfiorante la pinguedine, mandata in una prigione-riformatorio dagli scandalizzati parenti. La ragione? Aver cercato di stuzzicare sessualmente l’imbranato nipote.
La seduttrice che ha istigato al peccato contro la castità deve subire, per la necessaria purificazione, i più umilianti castighi, le pene più severe e mortificanti prima di potersi ritenere assolta da Madre Chiesa.
Il solo fatto di esibire debordanti curve, labbra carnose, occhi languidi appare implicita colpa per la misoginia clericale che già vede, nella tentazione e l’immancabile concupiscenza, la via lastricata di folli notti dedicate allo sterile piacere e non finalizzate alla procreazione per dare un figlio a Dio.
Pubblicata in volume nel 1977 dall’editore Glènat, Marie-Gabrielle de Saint-Eutrope, riesce a dare l’impronta di un Ottocento bigotto ma infoiato, ossessivo nell’ipocrita condanna del piacere carnale. Ammirandone la sardonica e volutamente eccessiva, poi, rappresentazione di quali orrori il fanatismo religioso (e non solo) giunge, questo lavoro può senz’altro considerarsi la miglior espressione artistica di Pichard. Il tratto così particolareggiato, in bilico tra realismo e l’andante sul grottesco, l’estetizzante ricostruzione ambientale, la precisione voyeuristica di crudi tormenti raggiunge esiti grandissimi, mai più eguagliati nella pur lunga carriera del disegnatore francese.
Adorabili corrigende dalle forme rubensiane sono consegnate alle cure brutali di crudeli religiose dai volti attraenti e curiosamente sereni, le forme che si possono indovinare sotto il lungo velo nero mortificante, nel convento-prigione intitolato simbolicamente alla più grande peccatrice riabilitata: Sainte-Madeleine-de-la-Rédemption. La missione, redentrice appunto, cui con solerzia dedicano l’esistenza significa togliere le disgraziate loro affidate dal peccato attraverso la sofferenza fisica escogitata con i mezzi più sadici. Qualsiasi supplica, lamento o pianto non commuovono le ancelle del Signore, fiere combattenti del Demonio. La sola preghiera che vogliono sentire dalle labbra delle penitenti dev’essere diretta al Cielo, ogni pietà preclusa. A confronto, fanno miglior figura i mussulmani quando, nel successivo episodio del 1981, Marie-Gabrielle en Orient, concupiranno le sempre sode beltà dell’opulenta eroina senza troppo indulgere in gratuite, soverchianti crudeltà.
***
Col gusto per il feuilleton che non l’aveva mai abbandonato, Georges Pichard s’era fatto conoscere nel mondo della bande dessinée tramite il personaggio antropomorfo di Ténèbrax, soggetto Jacques Lob (pubblicato su Chouchou nel 1964 e in Italia da Linus) storia di giganteschi ratti con base nella metropolitana parigina. Il grande successo, il suo affermarsi nell’immaginario collettivo dovevano arrivare con Blanche Epiphanie, (1967, sempre con le sceneggiature di Lob per V Magazine e da noi Linus), indifesa e candida “disgraziata della virtù”. Questa procace e giovanissima orfanella bramata da vecchiacci tutta banca, chiesa e garçonnière riesce sempre a salvare la verginità per un pelo. Non dei suoi, ovviamente. Quando la sua preziosa virtù appare alla mercé del depravato finanziere Adolphus, viene salvata, col vestito stracciato da cui non affiora alcun segno d’intimo perché assente, da uno sconosciuto e buffo tizio con tendenze vagamente omofile, dai lunghi baffi a manubrio e la calzamaglia nera.
Nel successivo, lunghissimo serial dedicato a Paulette, (1970, sceneggiature di Wolisnski, apparso in Italia su Linus ma non integralmente) l’emancipata, moderna contestatrice bionda dalle labbra carnose e le forme straripanti, è una borghesuccia viziata e viziosa con genitori ricchissimi quanto perfettamente imbecilli. Dotata di un’aggressiva carica sessuale e, nello stesso tempo, disponibile e smaliziata, si fa beffe d’una specie di guru, gran sacerdote di una setta che minaccia, per chi non lo segue e appare restio al congruo obolo, le solite fiamme infernali. Passerà tra vicende che serviranno a farla spogliare, legare, subire gli appetiti sessuali d’innumerevoli partner modellando il ritratto di una borghesia mollacciona, credulona, superficiale, pudibonda pur mostrando smanie trasgressive e che dà valore soltanto al dio denaro.
Meno legato all’attualità e più all’abrasiva satira di costume, appare il successivo personaggio di Caroline Choléra, testi di Danie Dubos, 1976. Conturbante e giovanissima morettina, l’aria vulnerabile e lasciva di tutte le pichardettes (così erano chiamate le sue conturbanti eroine) subisce presto gli affronti libidinosi dei maschi in un ambiente a mezzo tra la favolistica e il libidinoso. Ancora adolescente, i petulanti gemelli Jules e Jim la legano a un albero e le mettono sull’implume inguine una rana. È sufficiente che abbandoni il villaggio natio, il saggio nonnetto, e salga, da irresponsabile clandestina, su un treno accanto al fuochista perché avvenga la sua incredibile trasformazione in popputa sventola. La trama vira al paradossale quando Caroline sarà portata davanti al tribunale composto da vescovi e magistrati per sospetta complicità con il lupo cattivo. Riuscendo, ovviamente, a cavarsela sempre, nonostante i giudici, fomentati dalla gente superstiziosa, condannino a morte la strana coppia.
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Con le altre memorabili esperienze nel fumetto (Ulysse, Carmen, La Contessa rossa adattato da un racconto di Leopold von Sacher Masoch, ecc.), l’universo di Pichard sembra incupirsi poco a poco e la rappresentazione erotica farsi violenta, a tratti claustrofobica. La malizia, l’arguzia insolente, la festosa inquietudine sensuale diventano rare e intermittenti.
Soprattutto quando affronta l’illustrazione di alcuni classici della letteratura erotica, le espressioni e le movenze femminili acquistano una diversa rigidità pensosa e le esuberanti forme un’affilatezza quasi incongrua per il suo stile così morbido e voluttuoso.
Il sempre accurato, plastico segno di Pichard tende all’art nouveau, rende intenzionale omaggio (o è l’estremo sberleffo?) al pompierismo, genere pittorico in voga durante la belle époque, trasformandone l’evidente erotismo in quasi pornografia.
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Illustra, nel 1978, le celeberrime Mémoires d’une chanteuse allemande insistendo sui particolari sadici. Poi dedica il variegato talento a uno dei capolavori ottocenteschi della letteratura erotica francese Trois filles de leur Mère in cui l’artista risente d’influssi volutamente kitsch con tutte quelle puttanelle disinvolte e compiaciute d’esercitarsi nelle turpitudini più sfrenate.
Nonostante tutto, attraverso questo artista, la bellezza femminile sembra ogniqualvolta rigenerarsi, sublimare le violenze, attraversare indenne le degradanti e sofferte esperienze traumatiche o vergognose. Le donne di Pichard anche se “cristianamente” rassegnate, in fondo tormentano di continuo gli uomini con la rinnovabile bellezza, lo splendore dello sguardo acceso, la traboccante sensualità che li umilia, li condanna e li fa sentire deboli, esagerati, forse inutili pur con tutte le efferatezze applicate sui corpi indifesi.
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Adesso che se ne è andato anche questo maestro della “letteratura disegnata”, il distinto signore di cui – impressione personale quando l’incontrammo a Trevisocomics – notavamo l’aspetto e i modi del serio notaio con uso birichino di mondo, un’altra parte di tanto ribaldo e, all’epoca, trasgressivo e mai volgare immaginario erotico scompare. Mentre tutto il resto è noia.
Claudio Dell’Orso (12 agosto 2003)


Immagini.
1. La copertina di Mémoires d'une chanteuse allemande, edizione L’Hérésiarque, Parigi, 1978.
2, 3, 4, 5. Alcune illustrazioni per Mémoires d'une chanteuse allemande, sempre dalla prestigiosa edizione, in tiratura limitata, L’Hérésiarque. © L’Hérésiarque / Eredi di Georges Pichard.



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