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In morte di Shingo Araki: un padre dell’immaginario erotico
di Elsa De Marchi



Esistono molti tipi di padri: padri naturali, padri spirituali, padri della Patria; ci sono i padri buoni e quelli cattivi... Shingo Araki è stato uno dei padri dell’immaginario delle ultime generazioni. Di quelle cresciute a pane e cartoni animati giapponesi. La sua mano ha tracciato per decenni figure di sensuale bellezza, prodigando forme alle fantasie di schiere di ragazzini e ragazzine. Un “padre”, però, del quale solo una minoranza di “figli” ha appreso il nome. Minoranza che ora non può non sentirsi un po’ orfana.
***
Shingo Araki è morto l’1 dicembre 2011 e tutti i giornali e le riviste (on-line, principalmente) hanno dedicato il loro trafiletto al “papà di Lupin, Goldrake e Lady Oscar”. Peccato che lui di quei personaggi non fosse affatto il “genitore”. Semmai, volendo usare un termine parentale, si sarebbe dovuto scrivere “patrigno”, avendoli presi dalle mani dei rispettivi creatori, per trasportarne il disegno e le avventure nel mondo dell’animazione in qualità di character designer e direttore dell’animazione. Ma spiegare questo non avrebbe avuto la stessa presa sul pubblico. Dunque si giunge alla prima funebre considerazione: uno fa il meglio che può nella vita, fa disegni e illustrazioni bellissime, forgia le fantasie della gente... Ma appena muore viene sbattuto in prima pagina per vedersi attribuiti i meriti di altri, come se di suo non avesse fatto abbastanza. E questo per il ludibrio di lettori ignoranti e il lucro di giornali incompetenti e menzogneri. C’è di che offendere i vivi e i morti! E soprattutto c’è da chiedersi se è così che ogni giorno veniamo informati circa fatti ben più gravi, rispetto alla morte (naturale) di un uomo di una certa età: Shingo Araki era nato a Nagoya, l’1 gennaio del 1939...

Archetipi erotici: da Cutie Honey a Lady Oscar
Poche notizie si sono rimpallate banali e succinte, approssimative ma saccenti, quasi che tutti avessero sempre saputo chi fosse. Tutti ne hanno parlato senza toccare il nocciolo dell’arte di Shingo Araki. I personaggi da lui disegnati o ridisegnati hanno affascinato, fatto innamorare, abitato le fantasie avventurose, sensuali ed erotiche di più generazioni. Sono divenuti degli archetipi di bellezza sensuale. Figure ideali da emulare e amare. A partire da Actarus, Alcor, Venusia e Maria (nella serie Goldrake), passando per Lady Oscar (e la schiera di bellissimi coprotagonisti: André, Fersen, Girodelle, Saint Just...), fino ai rockettari Bee Hive di Kiss me Licia e ai Cavalieri dello Zodiaco. Almeno per quel che riguarda il pubblico televisivo italiano. Utile, inoltre, ricordare la sensualissima Cutie Honey, invece, per coloro che di manga e anime ne masticano un po’ di più.
Come character designer e direttore dell’animazione (spalleggiato dalla abile disegnatrice Michi Himeno), Shingo Araki ha creato nuovi codici narrativi e di animazione (nelle pose e nei movimenti dei personaggi) e ha dato vita a nuovi stilemi estetici (nel modo di tracciare le ombre dei volti, disegnare le labbra, i nasi, gli occhi o i capelli) che si sono sedimentati e propagati nell’ambito dell’animazione e del fumetto giapponese con efficacia tale da rendere Shingo Araki uno dei “padri fondatori” dello stile grafico di manga e anime (nella sua accezione più popolare).
In tutto questo, il ruolo fondamentale è stato giocato dalla carica sensuale, ambigua ed erotica che egli infondeva invariabilmente ai suoi “caratteri”, anche quando il tema era assolutamente “casto”. I personaggi che avevano la fortuna di passare sotto la sua matita ne uscivano completamente trasfigurati, spesso con dispetto di autori, produttori e registi che gli rimproveravano di metterci troppo del suo, e sempre più a ogni puntata, sino a “snaturare” il lavoro originale (bastino il confronto tra il manga e l’anime di Lady Oscar o di quelli dei Cavalieri dello Zodiaco).
Shingo Araki era un fuoriclasse, uno di quelli che non era possibile imbrigliare, per eccedenza di talento. Talento che a fatica accettava sottomissioni, ma il cui unico imperativo era esprimersi.
Da dove arrivasse quella carica erotica che sapeva infondere ai volti e ai movimenti è difficile spiegarlo: era nelle sue corde. Araki era un appassionato di cinema western. E di cow-boy e pistoleri cercò di catturare espressioni, sguardi e posture. E questo può pur significare qualcosa per quelli che conoscono il genere western. Ma in lui c’era molto di più. I suoi visi vividi, puliti, limpidi, concitati, spesso un po’ malinconici o sofferenti anche se sorridenti; il modo particolare che aveva di tracciare le labbra socchiuse, gli occhi ferini e trasparenti, i capelli dalle ciocche fluenti: tutto acquistava un indicibile fascino, tanto più seducente quanto più il personaggio si faceva ambiguo e viveva dentro di sé un profondo conflitto (tra bene e male, amore e odio, paura e coraggio, maschile e femminile...).
Da tanti particolari come questi è nato l’ideale di bellezza che potremmo definire “alla Araki”.
Oltre ad Actarus, Oscar e compagni, Shingo Araki ha disegnato molte altre star del cinema di animazione giapponese, tutte a loro modo, immortali: Babil Junior; Jo Yabuki (alias Rocky Joe); i personaggi del Danguard. Ha curato i disegni di Lulù l’angelo tra i fiori, Remì, Lallabel... Spesso il meglio di sé riusciva a darlo nei personaggi secondari o nelle comparse di una puntata: come Naida (l’innamorata di Actarus), o Noel (apparsa nel Danguard, e che con la sua eterea nudità ha sedotto il pilota del robot), o ancora Saint-Just (in Lady Oscar: completamente diverso da quello tracciato dalla Ikeda su carta, alcuni anni prima). In Cutie Honey di Go Nagai, Araki si è dovuto confrontare per la prima volta con schiere di bellissime fanciulle e, inoltre, con il suo primo seno nudo. Mentre le mutandine di Bia (la maghetta della serie omonima Bia, la sfida della magia), nella sigla di testa, hanno turbato ben più che i piccoli telespettatori: hanno fatto scoprire anche a molti “grandi” che qui ci si trovava di fronte a un modo diverso da quello Occidentale di concepire i disegni animati.

Un padre degli yaoi (forse suo malgrado)
Lo stile di Shingo Araki non solo ha ispirato molti disegnatori di fumetti e disegni animati, ma possiamo trovarlo all’origine anche dei moderni fumetti boys’ love e yaoi.
Lasciate alle spalle le storie retrò alla Keiko Takemiya e Moto Hagio, negli anni Ottanta le giovani giapponesi si sono gettate a capofitto in narrazioni più avventurose e dinamiche, rivolte per lo più ai maschietti e come tali traboccanti di bei personaggi legati da relazioni di devota amicizia o feroce rivalità. Sono gli anni di Holly e Benji e I Cavalieri dello Zodiaco. Questi ultimi nella versione animata disegnata da Shingo Araki e Michi Himeno, hanno dato vita a centinaia (ma forse è più corretto dire migliaia) di fanzine, illustrazioni, racconti che rileggevano e reinventavano le storie, i conflitti e le amicizie tra i Cavalieri in chiave omoerotica. E le autrici di quelle fanzine degli anni Ottanta sono divenute le professioniste di shojo manga e fumetti boys’ love dei decenni successivi. Lo stile e il segno di Shingo Araki sono così penetrati in quello delle sue “apprendiste”, che copiando hanno imparato, come da sempre accade in fatti d’arte. I vezzi e le malizie espressive dell’abile character designer sono così divenuti stigma, spesso riconoscibile, nonostante le elaborazioni personali delle sue discepole.
E tutto questo è vero non solo per il Giappone, ma anche per gli altri Paesi in cui i disegni animati giapponesi hanno avuto successo. Italia compresa.

Uno stile seducente e popolare
A facilitare un amore così diffuso per lo stile di Araki, è stato un certo appeal popolare, maturato nel tempo e che sempre più si è allontanato dal tratto “sporco” dei lavori gekiga (sperimentali e un po’ underground) degli anni Sessanta e primi Settanta. Stile divenuto sempre più facilmente comprensibile e assimilabile dal grande pubblico, cosa che ne costituisce sia il limite che il pregio. Si tratta di un segno pulito, che emoziona facilmente, e quindi più diretto, per esempio, di quelli (potremmo dire) “colti” e maggiormente “realistici” di altri due grandi maestri dell’animazione come Yoshikazu Yasuhiko (Gundam, Arion, Venus Wars, Il poema del vento e degli alberi...) e Hayao Miyazaki (Lupin III, Conan, Howl, Nausicaä). Il tutto salvo eccezioni, ovviamente.
Il segno di Shingo Araki non risente delle influenze dell’illustrazione ottocentesca occidentale (nemmeno quando tratta temi e personaggi europei) come capita invece a Miyazaki. E neppure possiede le sbavature da punta di pennello secondo gli stilemi giapponesi consuete invece nel lavoro di Yoshikazu Yasuhiko. Ma è sfacciatamente astratto, pulito, chiaro, così che i suoi personaggi sembrano avere incarnati di avorio, vetro o porcellana. E hanno una inspiegabile capacità di colpire direttamente lo stomaco degli spettatori. Di emozionare. Di piacere. Appaiono più eterei e ideali pur possedendo la consistenza selvaggia di un eroe western.
Basta fare un confronto tra i “cattivi” (per antonomasia) suoi e quelli di Yasuhiko per capire: Char Arzanable (Gundam), e Fritz Herken (Danguard), per esempio. Sono entrambi ambigui, biondi, affascinanti, cool. Ma Char è dotato di una bellezza reale, “umana”; mentre Fritz è un’icona, un archetipo. Il suo volto e i suoi capelli sono delineati con segni allusivi, spigolosi, di sintesi; mentre Char presenta le forme più morbide di un volto dai tratti ariani (pur nell’astrazione del disegno).
***
Sono queste, in sintesi parziale, le ragioni che hanno reso grande Shingo Araki e che gli hanno guadagnato un posto nell’Olimpo dei disegnatori. Forse il suo nome non sarà ricordato in futuro, più di quanto sia conosciuto ora (fatta eccezione per il Giappone, probabilmente), ma i suoi disegni non mancheranno di far sognare per molto tempo ancora. E questo, per un artista, per un “padre”, è quel che conta: che le sue “creature” gli sopravvivano. Alle sue spoglie mortali diciamo invece addio, con gratitudine e nostalgia.




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