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La contessa di Castiglione, amorosamente patriota
Tra le cosce del Risorgimento
di Claudio Dell’Orso



Gli intimi la chiamavano “Nicchia”. Diminutivo del vezzeggiativo Virginicchia, visto che il nome completo era Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini. Ma di un’altra, preziosa nicchia di cui fu generosa “datrice”, ammiccavano le invidiose voci. Il ministro degli Interni, Urbano Rattazzi, osò definirla «la vulva d’oro del nostro Risorgimento».
Fiorentina dalla bellezza statuaria, i lineamenti perfetti nel viso ovale, occhi languidamente azzurri tendenti al verde, denti perlacei, era nata il 22 marzo 1837 e non qualche anno dopo come faceva credere. Giudicata dalla crème del suo tempo una spregiudicata volitiva, apparve consapevole del radioso fascino in verdissima età. Trastullarsi come arrampicatrice sociale, lasciarsi ammirare e corteggiare divenne per la marchesina un ambizioso gioco. Il combinato matrimonio e le numerose relazioni amorose che ebbe nel corso della sua vita confermarono il sensibile egocentrismo.
Bionda riccioluta e vezzosa fin da bambina, i binocoli degli spettatori curiosi puntavano sul palco di famiglia al Teatro alla Pergola quando entrava con la famiglia. A 15 anni, già formata, alta, i modi civettuoli, la voce suadente, presenziava immancabilmente ai balli organizzati nei palazzi, un codazzo di cascamorti ai suoi piedi. Spigliata, intelligente, era dotata per le lingue, conosceva benissimo francese e inglese.
Fin da ragazzina tenne un diario intimo in francese (oltre che in italiano) che, nel corso degli anni, riempì di sinceri e spesso scabrosi resoconti, di sigle e frasi cifrate per raccontare i suoi amori. Esempio: “e” significava embrassement (abbraccio), “b” baiser (bacio semplice), “bx“ (baci di tutt’altro genere), “f” foutre (fottere).
Sedicenne, spinta dalla famiglia, sposa a malavoglia quel baccalà piemontese di Francesco Verasis conte di Castiglione. Trasferiti a Torino, gli sposi hanno un figlio di cui la madre s’occuperà ben poco mentre i rapporti tendono a logorarsi. “Nicchia” intende comandare e lui si ribella, protesta e alla fine cede. Sa delle scappatelle dell’adorata moglie? Forse non gliene importa più di tanto.
La contessa prima va a “f” con un manichino d’ufficiale di cavalleria, il marchese Ambrogio Doria, che la chiama “dolce Bisisi”. Di sicuro, costui risultò del tipo “mordi e fuggi” se, insoddisfatta, seduce il fratello Marcello. Per poco. Preso spavento per la macchiata reputazione di diciottenne con due fratelli per amanti decise di darsi una calmata.
Fin quando, dopo le frequenti visite di zio Giuseppe Cigala generale e aiutante di campo del re e gli abboccamenti al Ministero con il conte Camillo Benso di Cavour, suo lontano cugino, bussò alla sua porta Vittorio Emanuele II. Forse, per la visita serotina del 16 novembre 1855, aveva rinunciato al piatto preferito: il pollo cotto nell’aglio. La patria lo imponeva.
Chi meglio di lei, una sventola di contessa, poteva convincere lo sciupafemmine imperatore Luigi Napoleone III a favorire e aiutare i progetti reali miranti all’auspicata unità d’Italia?
E chi, oltretutto, poteva spezzare l’omertà anti italiana alla corte francese sostenuta dalla baciapile imperatrice Eugenia de Montijco, aristocratica spagnola, e dei numerosi consiglieri che parteggiavano per la cattolicissima Austria? Solo la poco ritrosa, affascinante, disinvolta “Nicchia” poteva “sacrificare” l’onore per gli Alti Scopi Patriottici (tutto maiuscolo, per favore) di vedere scacciato lo straniero invasore dando all’Italia dignità di Nazione.
***
Fu Cavour a intuire, per primo, nella “più bella donna d’Europa” il mezzo giusto della segreta diplomazia del Regno di Sardegna per arrivare al cuore e ai sensi di Napoleone III. Lei non avrebbe rifiutato l’omaggio “politico” al suo potere seduttivo e alla riconosciuta capacità d’intortare l’imperatore, noto estimatore di belle donne, offrendogli lo splendore dei 18 anni.
La vittoriosa alleanza franco-anglo-turco-piemontese nella guerra di Crimea contro la Russia, conclusasi a settembre 1855, aveva stabilito nuovi equilibri europei e il re nonché Cavour volevano approfittarne per i loro piani unitari.
Se Cavour, ottenutone l’assenso, l’istruisce (come se lei ne avesse bisogno!) sul modo di charmer politiquement l’Impereur, coqueter avec lui, le seduire s’il fallait, Vittorio Emanuele, rustico dongiovanni, si reca personalmente a palazzo per consegnarle l’imprimatur ufficiale della missione sexy-diplomatica.
Scrive nel suo journal intime la Castiglione: «Il re ha parlato delle persone, delle sue avventure, delle preoccupazioni, della guerra...» in presenza dello zio Cigala che, subito, lascia la sala perché l’ospite continui il colloquio tête-à-tête.
Esaltata dalla missione e dalla possibilità di mettersi in mostra nei salotti della capitale francese, l’intraprendente Virginia convince Francesco della necessità di questo viaggio.
Qualche mese dopo, preparando i bauli per la partenza le viene annunciato l’inatteso arrivo del sovrano. Lo accoglie vestita di velluto nero in salone, vengono lasciati soli poi «alle 11 è andato via, l’ho accompagnato fino al giardino, dove egli mi ha 5... f» seguito illeggibile. Se il numero 5, significa “e” la effe sta a significare che il premuroso sovrano, ha voluto “testarla” prima che partisse in missione.
L’iniziale suo compito era essenzialmente informativo, corrispondendo in maniera diretta col re tramite il codice convenuto alla partenza da Torino per la capitale francese. In seguito, la Castiglione avrebbe iniziato a perorare la causa italiana favorendo la buona disposizione che Napoleone III dimostrava.
A Parigi da gennaio 1856, i coniugi Castiglione sono ospiti della principessa Maria Clotilde Demidoff, cugina dell’imperatore, nel cui salotto debutterà al braccio del marito. Secondo un testimone, dopo un attimo di silenzio ogni sguardo si concentrò sulla fulgida bellezza che «quella sera aveva delle piume rosee fra i capelli gonfi sulle tempie; il resto della capigliatura era pettinata all’indietro con riccioli spioventi. Sembrava una marchesa d’altri tempi acconciata da oiseau royal». La mise che adesso giudicheremmo perlomeno kitsch attirò l’attenzione di Napoleone appena entrato. Veniva da solo perché l’imperatrice, incinta, aveva preferito rimanere a casa. Suonato l’inno e riprese le danze, cominciarono le presentazioni. Napoleone, dopo che i coniugi Castiglione gli si inchinarono davanti, attorcigliò i lunghi baffi usando la mano sinistra, pronunciando qualche gentilezza di circostanza. L’ambasciatrice di Cavour perse l’abituale disinvoltura, le venne il batticuore, balbettò. Napoleone la giudicò «bella ma senza spirito».
A un successivo ricevimento dal principe Gerolamo Bonaparte, indossò un abito di velluto bianco spruzzato d’oro, ma giunse a ballo ormai cominciato. Incontratisi sullo scalone d’onore, Bonaparte osservò che arrivava troppo tardi. Pronta, lei rispose che era Sua Maestà a lasciare la sala troppo presto.
I primi approcci avvennero a Villeneuve-l’Etang presso Saint-Cloud, la residenza estiva dell’imperial coppia, dove la Contessa era stata invitata. Durante la festa, Napoleone perse la trebisonda ammirandola nella trasparente mussolina che modellava il fisico perfetto e metteva in malizioso risalto il seno eburneo. Ricordando la serata nelle memorie, la principessa di Metternich scrisse: «Non appariva indecente, tanto questa stupenda creatura somigliava a una statua antica».
Nell’isoletta al centro del lago artificiale allestito vicino al castello, dotata di padiglione e cespugli di rose dove l’imperatore l’aveva condotta in barchetta, sotto lo sguardo furente della moglie, lei si lasciò appena baciare.
Ritrosa per calcolo verso i libidinosi potenti quanto disinvolta con chi le piaceva davvero, Virginia aveva preso nel frattempo una sbandata per il “postino”, il conte Francesco di Puliga, segretario della Legazione di Sardegna, incaricato di trasmettere i suoi messaggi.
***
Quando, nell’autunno 1856 la Corte si trasferisce a Compiègne, “Nicchia” presenta il nuovo e sontuoso guardaroba. La fondamentale “scossa” nell’abbigliamento femminile, quasi sfrontato secondo i canoni estetici dell’epoca, la mette in moto lei.
Nei salotti parigini alla moda, pur continuando le signore a esibire profonde scollature, vengono abolite le ampie crinoline inamidate che gonfiavano le gonne come palloni. Le dame indossano gonne morbide e accorciate, osando lasciar scoperte calzature ingioiellate. Il gusto nel vestire della charmante italienne suscita ammirazione negli uomini e invidia nelle donne.
La Contessa osa cambiare persino l’intimo femminile, infischiandosene delle accuse d’immoralità. Imitata, nobildonne e classi sociali inferiori abbandonano le braghesse, frontiera di pudicizia annodate alle caviglie, le guepière, le goffe imbottiture. Infilano culottes accorciate e calze di seta annodandovi sulle cosce le giarrettiere tornate di moda ma decorate di nastrini, gioielli, piume, scritte evocative. Tra le preferite da “Nicchia“: Que sais-je?, Remember, Persistence d’amour.
Ricevuto in dono un “coprivulva imperiale”, specie di antenato del g-string, Napoleone l’ammonisce: «Le mutande sono una virtù elastica, prima di abbassarle occorre riflettere».
Da soli per pochi minuti durante l’ennesimo festeggiamento a Compiègne, Napoleone bacia la Castiglione sulle labbra e sussurra: «A questa sera». Lei occupa la lussuosa camera azzurra e al lume d’un abat-jour attende l’augusto visitatore. Arriva in vestaglia da camera viola e senza parlare s’accomoda sul letto mentre lei, emozionata, chiude gli occhi. «E il mio destino si compì», pare abbia detto. Napoleone sbriga l’incontro in mezz’ora. “Nicchia” conserverà, per sempre, la camicia da notte di seta verde trasparente indossata per l’occasione.
Tra una “sveltina” e un’amorosa raccomandazione sui destini della patria, la Contessa assurge al ruolo di favorita ricevendo un appannaggio mensile di cinquantamila franchi. Nell’attesa delle visite si trasferisce, inizio 1857, in una residenza in Avenue Montaigne vicina ai Campi Elisi, dotata di giardinetto con porticina. Da lì, in carrozza con piccola scorta, s’intrufolava l’imperial amante.
La sera del 2 aprile l’accompagna il generale Fleury e un poliziotto d’origine còrsa, tal Griscelli.
Già è bizzarro recarsi a un incontro galante con funzionari al seguito ma, versione ufficiale, Napoleone era stato informato d’un complotto e intendeva premunirsi. Salito lo scalone e spariti dentro l’appartamento imperatore e generale, l’agente monta la guardia e nota la cameriera della Contessa che esce sul pianerottolo e batte tre volte le mani. A quel segnale convenuto un tizio si muove nella scarsa luce, Griscelli gli salta addosso e lo pugnala dritto al cuore mentre la domestica urla spaventata.
«Che sia l’amico della cameriera?», chiede Napoleone. Il poliziotto mostra pistola e pugnale scovati, afferma, dentro il mantello del definito “attentatore” commentando che non si va all’appuntamento amoroso con armi addosso. Napoleone riparte verso le Tuileries, Virginia torna nelle sue stanze ma le sorprese continuano. Arriva un altro questurino, mai visto prima, che aiutato da alcuni tizi, fa caricare in premura il cadavere su una carrozza portandosi dietro la cameriera ammanettata. Altri poliziotti, intanto, frugano il cadavere e scoprono trattarsi d’un collega, anche lui còrso, in tasca il documento di riconoscimento rilasciato dal prefetto.
A Parigi corre voce che l’imperatore sia sfuggito a un attentato compiuto da tre anarchici. Italiani, guarda caso. La notte stessa, Virginia portata in prefettura, viene sottoposta al terzo grado, accusata di aver ordito il complotto contro l’imperatore. Lei strepita, respinge le accuse nonostante la minaccia d’arresto o d’espulsione, inonda di lacrime il bel visino, minaccia: «Gliela farò pagare cara alla spagnola!». Magari aveva visto giusto accusando d’istinto l’imperatrice d’averla incastrata. La verità rimarrà secretata per sempre.
Le simpatie di Napoleone III per l’Italia rimasero immutate anche dopo l’attentato, nonostante gli alti e bassi della relazione.
***
Ma scoppiano tre bombe quasi sotto il sedere dei reali al Boulevard des Italiens la sera del 15 gennaio 1856 quando s’apprestano a scendere di carrozza per entrare all’Opèra. Muoiono due passanti e sessantasette vengono feriti dalla folla terrorizzata, preda della confusione. Italiani mazziniani risultano i quattro terroristi che accusano l’imperatore di tradimento verso la causa italiana. Arrestati la notte stessa, il più noto fra loro è Felice Orsini. Finirà ghigliottinato nonostante il sovrano intendesse graziarlo dopo aver ricevuto il suo “testamento spirituale” nel quale lo implorava d’ascoltare «la voce suprema d’un patriota ai piedi del patibolo: rendete l’indipendenza alla mia patria e le benedizioni di 25 milioni di italiani vi seguiranno sempre e dovunque».
L’imperatore non si lascia impressionare dalle manifestazioni contro l’Italia e il 20 luglio a Plombières, cittadina termale nei Vosgi, sigla l’accordo con Camillo Benso conte di Cavour. Impegnandosi a sostenere il Piemonte contro l’Austria, ottiene in cambio Nizza e la Savoia (cedute 64 anni prima a Napoleone I in base all’armistizio di Cherasco).
Il 27 aprile 1859 inizia la Seconda guerra d’Indipendenza tra l’impero d’Austria e il Regno di Sardegna, scaduto l’ultimatum di Vienna al governo di Torino concernente il disarmo dei Cacciatori delle Alpi comandati da Giuseppe Garibaldi. Napoleone III non si tira certo indietro. L’esercito comandato personalmente da lui va a combattere a fianco dei piemontesi. Dopo aver sconfitto il nemico a Solferino e Magenta, la vittoria sembra vicina, ma allarmato che la Prussia ha dato l’ordine di mobilitare 350 mila uomini e che il tributo di sangue dell’esercito francese appare molto alto, propone l’armistizio all’imperatore Francesco Giuseppe. Costui accetta ponendo come unica clausola che durante i preliminari dell’11 luglio a Villafranca sia escluso Vittorio Emanuele II. Il re di Sardegna dovrà accettare le condizioni di pace, rifiutando le insistenze di Cavour a continuare da soli il conflitto.
E la ventiduenne contessa di Castiglione? Gli avvenimenti bellici confermano che la missione di, chiamiamolo così, convincimento era riuscita.
Lui però rimane indifferente quando le autorità di polizia l’espellono dopo il primo “attentato”. Virginia si reca prima a Londra, tornando dopo anni a Torino dove la dubbia fama procuratale dalle avventure galanti le chiude i salotti. Ma non la “stima” di Vittorio Emanuele che le rende, pare, un’ardente visita. Lei sperava che Luigi, di passaggio nella capitale piemontese, approfittasse dell’occasione per incontrarla. Lo attese invano.
Ritorna, semiclandestina con il passaporto intestato a un’altra nobile, in Francia stabilendosi in una villa a Dieppe.
Il volubile amante aveva troncato all’improvviso ogni rapporto. Virginia intendeva riagganciarlo tramite il principe Joseph Poniatowski a suo tempo amico “intimo” della madre di Virginia e ben introdotto a Corte. Napoleone, dopo averne lodato spirito, carattere e bellezza le rimproverò, tanto per giustificare il disinteresse, la compiaciuta facilità nell’essere al centro dei pettegolezzi.
Sbagliò, dunque, la Contessa per troppa fiducia sulle sue arti ammaliatrici, per aver voluto scimmiottare tinta e capigliatura di Eugenia, qualche volta trattata con poco rispetto, esibendo un grosso anello di smeraldo (valore centomila franchi) dono dell’imperatore che, all’interno, portava la sigla VNIARPGOILNEIOEN, i nomi intrecciati della coppia “clandestina”.
Come epitaffio alla relazione, lui cita una frase di Napoleone Bonaparte: «Io non ho mai detto niente a nessuno. Se hanno chiacchierato è perché i suoi amici la trovavano a letto in mezzo a merletti di grande prezzo». Le trine erano state, dunque, il segno rivelatore della sua liason con Napoleone III.
Non si rividero mai più.
Dopo il 1860, il Secondo Impero entra in crisi, il partito clericale sostenuto dalla imperatrice Eugenia acquista sempre più potere, l’Italia approfitta delle sue disfatte militari, ritiene superata la Convenzione di settembre e irrompe attraverso Porta Pia nella sede del Papato. Isolata, la Francia è travolta nel 1870 dalla Prussia che ne fa un boccone arrivando a Parigi. Nella tragica disfatta di Sedan, l’imperatore cerca invano la morte, si consegna ai prussiani e finisce in esilio a Londra.
Ritornata a Torino, Virginicchia rifiutò di riprendere il ménage con il pazientissimo Francesco, ebbe decine di amanti ma il gran rimpianto suo fu d’aver dovuto rinunciare agli intrighi politici. Indubbiamente le avevano fatto provare maggior soddisfazione ed estasi voluttuose di tante imperiali “sveltine”.
Ormai fuori gioco, volle rimanere a Parigi richiusa per vent’anni dentro un appartamentino di Place Vendòme. Persiane accostate, tende pesanti, specchi ricoperti, ogni contatto umano sopportato a malapena, esorcizzava il declino della sua bellezza rifiutando la realtà. Usciva di notte, coperta da capo a piedi di bizzarri veli, traversando Rue de Rivoli, de la Paix, la Rue Castiglione dove aveva soggiornato la prima volta a Parigi con il marito, e la Place Vendôme. Succedeva, qualche volta, che le guardie la trovassero all’alba seduta in un angolo a vaneggiare e allora la riaccompagnavano a casa. Quando il celebre gioielliere Boucheron comprò l’intero stabile nel 1893, le offerse una buonuscita di quarantamila franchi perché lasciasse libero l’ammezzato. Rifiutò proclamando che intendeva vedere sempre la colonna napoleonica al centro di Place Vendôme, finendo per essere espulsa con grandi titoli sulla stampa.
Sola ma non dimenticata, sempre ricca, morì a 63 anni causa apoplessia cerebrale nella stanzetta dove abitava situata sopra un ristorante. Nei quattro appartamenti parigini di cui pagava l’affitto di 18 mila franchi l’anno, furono rinvenuti armadi, panche, casse e bauli ricolmi di preziosi vestiti, merletti, scialli, centinaia di ventagli e ombrelli, quintali di argenteria, un servizio da tè in oro massiccio, decine di polizze del Monte di Pietà mai riscattate. Nel testamento scrisse che non voleva croci, preti, funerale, fiori, veglie e nemmeno diplomatici, sigilli, eredi, necrologi, omettendo le epigrafi e le notizie sui giornali. Il governo italiano si precipitò a recuperare parte dello sterminato carteggio da lei conservato, decidendo di bruciarlo.
Sulla tomba al Père Lachaise fu inciso nel granito: Virginie Oldoini comtesse Verasis de Castiglione, decedée le 28 novembre 1899.
L’augusto amante, sfasciato l’impero, era morto il 9 gennaio 1873. La camicia da notte indossata la prima volta a Compiègne, avrebbe dovuto seguirla nella tomba. Secondo altra versione, nelle sue ultime volontà la Castiglione chiedeva d’essere inumata indossandola. Invece, con i preziosi monili, la collana di perle, i braccialetti, le lussuose toilettes finì dispersa all’asta.
Vatti a fidare degli eredi!
Claudio Dell’Orso (10 marzo 2011)

Immagini.
In copertina, la contessa di Castiglione a vent’anni, in una stampa tratta da fotografia d’epoca.
1. Il ritratto della contessa di Castiglione che figurò negli appartamenti di Napoleone III e fu fatto togliere, dopo il 1859, per ordine dell’imperatrice Eugenia. Quadro di scuola piemontese, nelle collezioni del castello di Compiègne.
2. Virginia Oldoini in una foto di Pierre-Louis Pierson (1822-1913).
3. Il poeta simbolista Robert de Montesquiou (1855-1921)fu affascinato dalla figura della contessa di Castiglione e collezionò ben 433 sue foto che sono ora nella collezione del Metropolitan Museum of Art di New York.




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