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Wilma Montesi, vergine e “martire”
La ragazza con il reggicalze.
di Claudio Dell’Orso



Solo una cosa appare sicura: morì illibata, come si diceva nei primi anni Cinquanta. Il cadavere non presentava segni di violenza e, durante i successivi esami, non fu rinvenuta alcuna traccia di droga. Il ritrovamento del corpo di Wilma Montesi, appariscente ragazza romana di ventitré anni, figlia d’un falegname e fidanzata con un poliziotto, avvenne la mattina presto dell’11 aprile 1953 sulla spiaggia di Torvaianica. Era uscita di casa due giorni prima, verso le 17 e la sorella Wanda ricordò che le aveva chiesto, giorni prima, di accompagnarla ad Ostia per curare nell’acqua salata un arrossamento al calcagno dovuto ad un paio di scarpe nuove. Incredibilmente, la morte venne subito archiviata come malore durante il “pediluvio” e il questore della capitale, Saverio Polito, inoltrò il 16 aprile questo rapporto dei suoi funzionari della Squadra mobile alla Magistratura. Dalla perlomeno bizzarra soluzione del caso, nasceranno i successivi sviluppi che portarono al cosiddetto “affare Montesi”. Una combinazione di malcostume e intrighi politici che provocò la più grave crisi politica della prima Repubblica.
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Il corpo, supino sulla battigia, in una zona allora quasi disabitata, portava gli indumenti intimi e la sottoveste rammendata. Spariti vestito, calze, scarpe e borsa. La madre attirò l’attenzione degli inquirenti sulla mancanza del reggicalze di raso nero che, secondo lei, la figlia indossava ogni volta che usciva. (Come qualsiasi donna, in epoca ante-collant). «Se lo allacciava ai fianchi sopra le mutandine. Mi pare strano che se lo sia tolto per fare un pediluvio e non so dare una spiegazione della mancanza di questo indumento. Ho un sospetto, anzi ho pensato che ci sarebbe una sola interpretazione: che Wilma sia stata avvicinata da qualche malintenzionato proprio mentre faceva il pediluvio e che sia svenuta per lo spavento. Di ciò avrebbe approfittato l’aggressore, che le avrebbe tolto l’indumento, forse per violentarla. Poi l’uomo potrebbe essere scappato portando con sé il reggicalze, per evitare che le impronte digitali potessero portare alla sua identificazione».
L’indumento intimo riapparve, nel becco d’un piccione che volava, disegnato in una vignetta dall’allusiva didascalia, su Il Becco Giallo, periodico satirico diretto dallo stesso giornalista che, ai primi di maggio, sul quotidiano napoletano Roma aveva osato riprendere, in un articolo, i pettegolezzi che giravano nella capitale. Secondo i si dice, la Montesi frequentava a Torvaianica «il figlio di una nota personalità politica governativa». Negli ambienti della stampa, accantonata la ridicola soluzione del “pediluvio”, si mormorava che era morta durante un’orgia a cui erano coinvolti certi personaggi coperti da «alte raccomandazioni politiche».
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Il mistero della morte di questa ragazza divenne, per l’Italia intera, l’“affare Montesi” nell’autunno seguente. Un settimanale a scarsa circolazione Attualità, diretto da certo Silvano Muto, sparò in copertina dove si vedeva una coppia ripresa di spalle con le braccia alzate e illuminata dai fari d’una automobile: «La verità sulla morte di Wilma Montesi». Nel dossier si accusava senza fare nomi, il figlio musicista del ministro degli Esteri, e papabile successore di Alcide De Gasperi, il notabile democristiano Attilio Piccioni (ed ecco l’allusione al volatile nella vignetta), d’aver lasciato morire la disgraziata giovane. Secondo la ricostruzione dei fatti, Wilma si era sentita male per abuso di stupefacenti durante un festino a base di droga nella riserva di caccia (a Capocotta) di Ugo Montagna, marchese, faccendiere ammanigliato con la Roma democristiana. Nel “rapporto riservato” dei carabinieri, voluto da Amintore Fanfani allora ministro degli Interni e rivale di Piccioni, che scavalcava l’inchiesta fatta dalla polizia, si diceva di Ugo Montagna: «Uso dare convegno a donne di dubbia moralità allo scopo di soddisfare i piaceri ed i vizi di tante personalità del mondo politico». Per evitare scandali e fastidi, invece di soccorrerla, la poveretta sarebbe stata abbandonata sulla riva del mare, credendola ormai morta.
Denunciato per aver pubblicato «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico», Muto prima ritrattò asserendo che l’articolo era una personale ricostruzione fantasiosa poi riconfermò la prima ricostruzione dei fatti.
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Nel recente e documentato volume Wilma Montesi la ragazza con il reggicalze, l’autore Vincenzo Vasile scrive: «Si tenga presente anche la circostanza riferita in apertura al “processo Muto” da Franco Evangelisti, futuro braccio destro di Andreotti, e allora cronista del Popolo, secondo cui Muto aveva motivi di avversione nei confronti di Attilio Piccioni, perché questi avrebbe depennato il padre dalla lista dei candidati della DC di Frosinone per “indegnità”».
Muto porta come testimoni della difesa un’attricetta mitomane e l’elegantissima figlia d’un notaio milanese, Anna Maria Moneta Caglio (soprannominata “cigno nero” per il collo lungo e l’abitudine di vestire a lutto), ex amante del marchese Ugo Montagna. È lei ad accusare Piero Piccioni d’assassinio per aver trasportato nell’auto e con l’aiuto dei guardiani della tenuta, Wilma sulla spiaggia dove morì per “annegamento lento”. Piccioni, sempre secondo il “cigno nero”, è amico intimo di Ugo Montagna e tutti due hanno rapporti d’affari con il capo della polizia, Tommaso Pavone. Tramite l’interessato aiuto del questore di Roma, Saverio Polito, sono riusciti ad occultare le prove del delitto. La magistratura apre l’inchiesta e la superperizia sul cadavere di Wilma Montesi (affidata dal giudice Raffaele Sepe a tre esperti) rivela il 2 settembre 1954 che: «In definitiva il cadavere non presenta alcuna lesione di origine vitale. Risulta altresì che l’imene, di forma anulare, era del tutto integro e così pure la regione anale». Un mese dopo, l’Unità organo ufficiale del Partito comunista italiano, non credendo agli esami anatomopatologici effettuati dai tre superperiti, pubblica le divergenti considerazioni del professor Pellegrini. Secondo lui, la ragazza è stata brutalizzata da qualcuno: «La sabbia trovata nella vagina non può essere altro che opera di un vizioso, poiché le onde del mare, anche se violente, per la posizione dei genitali esterni che sono protetti anteriormente e posteriormente , non possono immettere in vagina della sabbia e, meno ancora, in quantità così cospicua da intasare la vagina stessa».
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Insomma, dopo la fine misteriosa e forse atroce, Wilma perse la dignità ed il riserbo a cui aveva diritto. L’intimità del suo corpo fu “martirizzata” in pubblico, togliendole riservatezza e pudore per essere consegnata a chi vi speculava tra politica e cronaca morbosa.
Addirittura dovette sottoporsi all’esame verginità la sorella della vittima, Wanda. Dopo la tragicomica perizia sulla sua caviglia per cercarne la genetica predisposizione all’eczema, allo scopo di dissipare ogni sospetto su dubbie frequentazioni di ambedue le sorelle, affrontò l’esame ginecologico per attestare la sua illibatezza. Lo auspicava il giudice Raffaello Sepe, intenzionato, pare, a sondare se la versione casa-famiglia-fidanzato della scomparsa reggeva alla prova dei fatti. «L’inquirente avrebbe inteso porre in rapporto e trarre conseguenze dall’eventuale mancanza d’integrità della Wanda con la figura morale della sorella Wilma attesa la quasi coetaneità delle due sorelle e l’intimità che le legava. Sta di fatto che la sera innanzi dell’interrogatorio della Wanda si sarebbe presentato in casa Montesi il giornalista Fabrizio Meneghini il quale avrebbe svolto opera di coercizione morale nei confronti della ragazza alla presenza del promesso sposo, perché spontaneamente si sottoponesse alla visita ginecologica desiderata dal presidente Sepe entro la sera stessa, cosa che non avrebbe potuto più fare dopo il matrimonio. La ragazza soprafatta dall’opera di circonvenzione del Meneghini, svolta – si ripete – alla presenza del promesso sposo, pur tra pianti e giuramenti sulla sua integrità, avrebbe accettato di farsi visitare».
Risultato del referto: «assoluta verginità», come per la disgraziata sorella.
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Chi difendeva Silvano Muto nel processo per diffamazione intentatogli da Montagna nel marzo 1954 era l’avvocato comunista Giuseppe Sotgiu, ex deputato alla Costituente, presidente della Provincia di Roma. Nelle arringhe da paladino della “moralizzazione” inventò un termine che farà fortuna nelle cronache giudiziarie, “capocottari”, per indicare coloro che, come accusava la Caglio, frequentavano le orge nella tenuta di Capocotta in un «putrido e corrotto ambiente». Mentre tuonava contro il vizio, la questura romana indagava sulla morte misteriosa avvenuta in ospedale il 23 marzo 1954 di un’altra ragazza, tale “Pupa” Montorzi. Come per la Montesi, il caso era stato archiviato in fretta quando due cronisti del quotidiano Momento Sera scoprirono che la Montorzi frequentava una casa d’appuntamenti clandestina. E chi visitava l’ospitale dimora? L’avvocato Sotgiu in compagnia della moglie Liliana Grimaldi. Le prestazioni alla consorte le forniva un prestante giovanotto ancorché minorenne mentre l’avvocato si limitava a fare il guardone. E mentre i coniugi Sotgiu, insieme alla tenutaria venivano denunciati per “istigazione alla prostituzione e favoreggiamento” il gigolò rilasciava un’intervista al settimanale Oggi del 2 novembre 1954 in cui confessava d’aver preso parte a numerosi altri incontri dello stesso tipo, accettati con la promessa d’un lavoro. Sotgiu dovrà interrompere l’attività politica e professionale per lunghi anni, nonostante il proscioglimento in fase istruttoria. Un’altra versione della boccaccesca vicenda, riportata nel libro di Vasile, parla d’una specie di “ritorsione” della polizia, ridicolizzata da Silvano Muto dopo la storia del “pediluvio”, con le sue eclatanti inchieste. Alcuni fotografi erano andati ad appostarsi davanti l’entrata della casa sperando di sorprendere, come da soffiata, Enrico Mattei, finanziatore della corrente che faceva capo ad Amintore Fanfani, “moralizzatore” ansioso di scalzare Attilio Piccioni nella corsa per l’eredità politica di Alcide De Gasperi.
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Mario Tedeschi nel Dizionario del malcostume (1962) rimarca l’«Evidente responsabilità politica ed amministrativa dell’on. Fanfani, per tutto quanto era avvenuto. Ministro dell’Interno nel gabinetto Pella, e prima ancora nell’ottavo Gabinetto Degasperi [sic], il Fanfani si era vista giungere in ufficio la Caglio su segnalazione dei padri gesuiti Dall’Oglio e Rotondi. Complicati motivi si nascondevano dietro questa iniziativa: c’era il desiderio di colpire un certo ambiente vaticano, ed in particolare il prof. Luigi Gedda e Monsignor Fiorenzo Angelini, che in quel tempo dominavano l’Azione Cattolica e i “Comitati civici” e che infatti la Caglio riuscì a “tirare in ballo” con le sue cervellotiche “rivelazioni”; c’era la necessità di portare avanti la manovra contro i “notabili” democristiani che allora si identificavano in Mario Scelba e Attilio Piccioni, poiché quest’ultimo non era ancora passato, per rimanere a galla, dalla parte dei “fanfaniani”. Il primo processo, celebrato nel 1954 contro la Caglio e Silvano Muto, dimostrò in maniera lampante l’esistenza di questi retroscena politici».
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Qualche giorno dopo il ferragosto 1954, moriva in Val Sugana Alcide De Gasperi. Il ministro Piccioni si dimise il 19 settembre 1954 appena ritirato il passaporto al figlio. Piero Piccioni venne arrestato il 21 settembre 1954 per concorso in omicidio colposo e uso di stupefacenti. Ugo Montagna, accusato di favoreggiamento, la sera stessa si costituì direttamente in carcere. L’ex-questore di Roma, Saverio Polito, ricevette da parte di Sepe un mandato di comparizione, accusato d’aver costruito per sviare le indagini la storia del “pediluvio” fatale. Nemmeno un mese dopo, il 15 ottobre, il terzetto era rimesso in libertà e rinviato a giudizio a piede libero.
La sentenza di rinvio a giudizio, circa cinquecento pagine, faceva in ogni caso acqua da tutte le parti. Una delle testimonianze meno convincenti era quella di due signore che dicevano d’aver visto insieme Piccioni e la Montesi sul lungomare di Ostia. Poi, si scopriva che le due avevano sì visto un giovanotto e una ragazza ambedue bruni passeggiare in zona ma non potevano dichiarare, dal riscontro fotografico, che fossero effettivamente vittima e “carnefice”. Ma nemmeno escluderlo.
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Al processo, svoltosi a Venezia, lo stesso pubblico ministero chiese l’assoluzione con formula piena degli imputati mentre tutto l’interesse di cronisti e fotografi era per il “cigno nero” Anna Maria Moneta Caglio che si concedeva con civetteria e disinvoltura all’obiettivo. Una, tra le tante “rivelazioni” scottanti, tirava in ballo addirittura Benito Mussolini che, aperta d’improvviso la camera da letto di Claretta Petacci, aveva sorpreso la giovane amante in «atteggiamento inequivocabilmente confidenziale con Ugo Montagna». Geloso, stava per scagliarsi sul rivale quando fu bloccato da improvviso timore. «Montagna è troppo forte, non sono in grado di punirlo», pensò e girati i tacchi lasciò Montagna spupazzarsi Claretta.
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Un sussulto d’interesse avvenne quando testimoniò Giuseppe Montesi, zio trentenne della vittima. Rischiò l’incriminazione per falsa testimonianza non volendo ammettere che, la sera della sparizione, se la faceva con la sorella della sua fidanzata. E finalmente, durante il dibattimento veneziano, venne preso in considerazione l’alibi di Piccioni, snobbato dal Sepe. Nei giorni precedenti la morte della Montesi, il musicista se ne stava a Rovello con la fascinosa attrice Alida Valli che testimoniò a suo favore. Tornato a Roma il fatidico 9 aprile con un forte mal di gola, era stato curato dal professor Filipo ed aveva ricevuto un infermiere per un’iniezione. Il giorno dopo era rimasto a letto. Come osservava giustamente Mario Cervi, rievocando nel febbraio 1987 l’affaire, era «così ansioso di incontrare, dopo l’attrice celebre, una ragazza abbastanza comune, e che sarebbe uscita di casa con la sottoveste rattoppata per il convegno?».
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Il 27 maggio 1957, come previsto, gli imputati vennero assolti con formula piena. Rinviati a giudizio per calunnia, Silvano Muti e la testimone Caglio furono condannati il 17 febbraio 1964 a due anni lui e due anni e 6 mesi lei, confermati negli altri due successivi gradi di giudizio. La sentenza riparlò ancora della tesi del “pediluvio” ma ormai la speculazione politica era passata e l’enigmatica fine di Wilma Montesi, (a cui s’interesserà perfino Georges Simenon, il celebre creatore del commissario Maigret, senza riuscirne a trovare plausibili motivi) non occupava più le prime pagine dei giornali.
Wilma Montesi morì vergine, annegata in pochi centimetri d’acqua salmastra. Eppure la sua breve esistenza, i suoi sogni, le speranze di brava o, secondo altre maligne voci, troppo furba fidanzatina passarono al vaglio impietoso delle cronache giudiziarie e giornalistiche. Fu un tritacarne sensazionalistico ed ossessivo di cui s’occupò l’intera Italia per anni. Adesso appare un cinico, paradossale verminaio e nulla più.
Claudio Dell’Orso (8 luglio 2005)

Immagini.
1. Vilma Montesi (da L’Europeo “Cinquant’anni di gialli”, aprile 2001, RCS Periodici, Milano).
2. Il corpo di Wilma Montesi, ritrovato sulla spiaggia di Torvaianica l’11 aprile 1953.
3. La grande accusatrice Anna Maria Moneta Caglio, il “cigno nero” (da L’Europeo “Cinquant’anni di gialli”, aprile 2001, RCS Periodici, Milano).
4. Piero Piccioni, musicista e figlio del leader democristiano Attilio (da L’Europeo “Cinquant’anni di gialli”, aprile 2001, RCS Periodici, Milano).
5. Il libro di Vincenzo Vasile Wilma Montesi la ragazza con il reggicalze, uscito nella collana “I misteri d’Italia”, in vendita con il quotidiano l’Unità.



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