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Straziala, ma di “O” saziami
I cinquant’anni del romanzo firmato Pauline Réage
di François Vidoc



“O”, il cerchio compiuto, per gli antichi significava l’eternità. Nel simbolismo erotico, la vocale al maiuscolo indica la continua disponibilità femminile. “O”, dunque, come orifizio anale, apertura vaginale, piega delle labbra durante la fellatio. Secondo un’altra versione, letteraria questa volta, “O” sta per zero. Zero reazioni, zero sentimenti, zero proteste. Eliminazione totale d’ogni volontà nella compiaciuta sottomissione.
Con soltanto l’allusiva iniziale viene chiamata una tornita fotografa di moda la cui unica “colpa”, se così possiamo dire, appare la vocazione per una degradante schiavitù. È la protagonista del romanzo, ormai ampiamente passato di cottura, Histoire d’O. Scritto da una certa Pauline Réage che si avvalse della prefazione dello scrittore e giornalista Jean Paulhan, intitolata “Le bonheur dans l’esclavage” («Finalmente, una donna che confessa!» annunciò il pomposo intellettuale), fu pubblicato in 600 copie a Parigi nel giugno 1954, giusto mezzo secolo fa. Tre mesi prima era apparso nelle librerie francesi Bonjour tristesse, libro-rivelazione della giovanissima Françoise Sagan, destinato a un successo mondiale.
***
L’allucinata O adora talmente il suo amante René, manichino voyeur, d’accettare qualsiasi tipo d’incontro o tormento sessuale per meritarne la riconoscenza amorosa e legarlo a lei. Trovando il piacere nella fervente devastazione del proprio corpo da esibire uguale un sanguinante trofeo.
Contenta lei nel disprezzare se stessa e farsi oggetto passivo, soddisfatto René di umiliarla come preda di altrettanti appagati quanto furiosi partner, verrebbe da dire che appaiono felici tutti. Troppo semplice, voyons! Perché, questa condizione perlomeno anomala andava oltre le apparenze.
La sorprendentemente passiva “vittima”, nell’abbandonarsi alle voglie estreme di sconosciuti che non doveva guardare in faccia e a cui non poteva rivolgere la parola, secondo la teoria dell’autrice affermava soprattutto se stessa. O, da dominata diventava dominatrice, rendendo, con sorpresa, succubo l’uomo che credeva umiliarla. Insomma, questa redentrice subiva il martirio per dimostrare la sua superiorità.
Al contrario, furono i bestiali trattamenti subiti dalla protagonista, descritti con una prosa meticolosa andante sul compiaciuto, che portarono l’Histoire d’O a diventare un best seller negli anni Settanta in epoca di acceso femminismo. La pubblicazione negli Stati Uniti ne assicurò vendite strepitose dopo che il romanzo passò inosservato in tutta Europa.
Cos’era successo? La straziata protagonista che ambiva tormenti senza fine appariva, agli occhi del frustrato uomo medio americano, la sottomessa reazione agli eccessi del Movimento per la liberazione della donna, simboleggiando la femmina da colpire per aver voluto emanciparsi dall’atavico dominio maschile.
Ristampata in tutta fretta, l’Histoire d’O scalò le 900 mila copie in un exploit che pareva inarrestabile per la gioia dell’editore e della Réage.
E se la schiavizzata fotografa si trasformava nella “sofferta” vendetta sul maschio stupratore che agiva da carnefice diventando inconsapevole vittima dei propri impulsi invischiato in un rapporto odio/amore, non se ne accorse nessuno.
***
La “finta” sottomessa O uguale la Venus imperatrix di masochistica memoria. Qui capovolta in semplice oggetto d’abbietti piaceri o di pratiche verberatorie che intrappola, offrendosi docile, i suoi tormentatori. Non si sa come perché nessuna remora o rimorso affiora in loro.
Ardita teoria o intellettualoide presa in giro del lettore frastornato da una ripetitiva vicenda che non lasciava trasparire alcun sussulto autoironico? Secondo la dichiarazione di Régine Desforges, scrittrice ed editrice: «Una donna osava raccontare i suoi più segreti desideri e ci liberava dalla vergogna collegata alla loro realizzazione».
Eppure, osando, desiderando e liberando non ci resta ormai più nulla.
***
L’entusiasta O, arrivata nel castello a Roissy nei dintorni di Parigi, accetta subito il collare di cuoio e i bracciali per farsi legare le mani dietro la schiena. Al mattino, il valletto la frusta per cinque minuti allo scopo di “riscaldarne” le cosce dove lascia segni lunghi e profondi. Durante il resto dell’impegnativa giornata, le “discipline” variano di tipo e uso per non annoiare troppo la poveretta.
I carnefici chic preferiscono lo scudiscio di bambù provvisto d’elegante guaina in cuoio. I tormentatori senza troppa fantasia vanno sul classico agitando il gatto a nove code. Gli adepti di piaceri d’antan scelgono lo staffile fatto di corda con nodi provvisti di ganci per ben far sanguinare schiena e glutei. Altri invece, diciamo così più sbrigativi ed efferati, s’affrettano a penetrarla in ogni dove costringendola a gridare di dolore. Al fastidioso, per alcuni, inconveniente c’è subito rimedio. Basta introdurre nello sfintere anale dei cilindretti d’ebano di progressiva misura che, allargano la cavità un poco alla volta e facilitano le sodomizzazioni.
La sua unica consolazione ricorda la scolaretta diligente. Quando René, a fine trattamento, le dice brava e che è contento di lei e del suo atteggiamento remissivo, «O ascoltava e tremava tutta di felicità perché gli voleva bene».
Dal castello dove i dolorosi cerimoniali avvengono in un puro stile de Sade (Oh, Divin Marchese, quanti crimini letterari in tuo nome!), lui la riporta nella capitale e la consegna a Sir Sthephen, estimatore di complicati supplizi. La classe del gentleman non è acqua e quando la sottopone alle torture si profonde in scuse con linguaggio cerimonioso. Deve avere uno spiccato senso della proprietà questo aristocratico. Marchia a fuoco le chiappe di O con le sue iniziali poi passa dentro le grandi labbra due anelli di ferro a cui fa ciondolare un disco di metallo col suo nome.
Dopo altri deliri, nel finale aperto O torna a Roissy e abbandonata da Sir Stephen sembra propensa a farsi uccidere dal suo stesso aguzzino. Per tornare, viva vegeta disponibile, nel Retour à Roissy sempre firmato dalla Réage e dato alle stampe nel 1969.
***
Alla fine, Histoire d’O ideata all’inizio da Jean Paulhan (insignito della Legion d’Onore, dal 1963 membro dell’Académie française, prima collaboratore poi direttore della Nouvelle Revue Française e che acconsentì di firmare soltanto la prefazione) pare sia stata in parte scritta da lui in collaborazione con una giornalista firmatasi Pauline Réage che si scoprì essere Dominique Aury, amante dello stesso Paulhan.
Prima opera della scrittrice – nemmeno questo risultava il vero nome perché all’anagrafe si chiamava Anne Descos – si scoprì essere l’Anthologie de la poésie religieuse française, stampata nel 1943. La novantenne signora, confessò il peccato letterario (l’Histoire non l’Anthologie, ovviamente) di gioventù solo nel 1995 affidandolo alla rivista americana The New Yorker.
***
L’Histoire d’O ebbe una puntuale versione a fumetti di Guido Crepax, un tentativo di trasposizione cinematografica durante gli anni Sessanta ad opera di Kenneth Anger, l’autore del libro-scandalo Hollywood Babilonia e infine la non memorabile versione su grande schermo nel 1975, interprete Corinne Clery, regista Just Jaekin.
Dopo il trionfo commerciale, dell’Histoire d’O «considerata, in un certo senso come il Mein Kampf di un totalitarismo erotico» (Anonimo Cuneense citato da Enrico De Boccard nel Dizionario della letteratura erotica, 1977) resta soltanto, oltre la nitida scrittura in cui ogni accadimento è calcolato a freddo, l’eco delle roventi polemiche per stabilirne la paternità (o la maternità?).
In questa delirante “Passione”, i compiacimenti morbosi fino alla macerazione della carne, diventano noia. E così, l’illuminante precetto secondo cui tutto ciò che è eccessivo è insignificante appare toujours valido. E ciò mi conforta, mes amis!
François Vidoc (22 giugno 2004)

Immagini.
1. Fotogramma dalla versione incompiuta di Histoire d’O diretta nel 1964 da Kenneth Anger.
2, 3, 4, 5, 6, 7. Immagini dall’Histoire d’O cinematografica diretta nel 1975 da Just Jaekin, con protagonista Corinne Clery.
8, 9. La riduzione a fumetti, disegnata da Guido Crepax nel 1974 e pubblicata in Italia da Olympia Press.



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