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Liana e le “regine della giungla”
Tarzanelle sempre bionde, coraggiose e seducenti
di Claudio Dell’Orso



Sullo schermo in bianco e nero appariva incantevole. Lo sguardo limpido, dolcissimo e quasi infantile, le labbra sensuali rese più maliziose dal broncio. Era molto bionda. I capelli le scendevano arruffati sulla fronte e lungo la schiena per attenuarne (esasperarne?) la forza di seduzione. Pareva fragile, indifesa pur esibendo una selvaggia risolutezza. Sicuramente era vergine.
Tarzanella-Barbie finta ruspante, questa ninfetta selvaggia dalla pelle liscia che cercava di nascondere le appena sbocciate procacità, veniva scovata in Africa da certi spregiudicati esploratori bianchi. Appena saputo trattarsi dell’ereditiera d’un facoltoso industriale tedesco allevata nel Continente nero la rapirono ai nativi e alle amate bestie per riaccompagnarla in patria, pronti a contendersene il malloppo.
Fu, durante la stagione cinematografica 1956, un successo da milioni di spettatori l’incredibile Liana la figlia della foresta (Liane, das Mädchen aus dem Urwald, regia di Eduard Von Borsody) con protagonista la quindicenne Marion Michael, subito definita con enfasi la Brigitte Bardot tedesca. Curiosità: Marion Michael Morrison era il vero nome di John Wayne. Il suo partner, l’allora famoso Hardy Krüger, lo definì «il peggior film che abbia mai girato...».
Portatrice d’un erotismo finto esotico, d’una femminilità acerba che si offriva e negava insieme, Liana appariva la vittima predestinata di poco chiari intrallazzi e tormenti sensuali per via del corpo perfetto i cui seni affioravano dalla lunga chioma, lasciando ogni tanto intravedere i capezzoli, appena tollerati sullo schermo per una manciata di secondi e proibiti sulla carta stampata. L’inguine era coperto da una specie di cache sex vegetale attaccato sui fianchi, le curve camuffate tra le larghe foglie della savana o dai nodosi alberi della giungla nella quale viveva libera, serena, pura a contatto delle bestie. Ma appariva sempre troppo inquietante per la censura che, in alcune nazioni dove il film venne distribuito, impose il taglio di sequenze dove la fanciulla appariva ripresa da sotto in su. Specialmente quando saliva agile per i lunghi tronchi, esponendo al sole tropicale ma più agli sguardi degli spettatori le gambe e il fondoschiena nudi.
***
Forse il suo successo derivò dal fatto che Liana, vistosa bambolina malgrado lei impudica, appariva una novità rispetto alle “regine della giungla” apparse precedentemente sugli schermi. Quelle s’erano sempre mostrate altere, a volte castratrici, ma tanto bisognose d’amore dopo il lungo letargo dei sensi. Fin dall’epoca del muto con la trasposizione su grande schermo del romanzo She di Henry Rider Haggard protagonista Ayeshia, la “donna eterna”, definita con perentorietà: «Colei che deve essere obbedita». Avevano conosciuto l’epoca del massimo splendore tra gli anni Trenta e la fine dei Quaranta nell’interpretazione romantica e un tantino “perversa” delle dive dell’epoca Maria Montez, Hedy Lamarr, Dorothy Lamour. Quest’ultima iniziò nel 1936 con The Jungle Princess, regia di William Thiele recitando o meglio esibendosi stile bella statuina in ben dodici pellicole del genere. Convinta dai produttori a indossare il sarong, si specializzò in film ambientati nei mari del sud mentre la “rivale” Maria Montez con la sua radiosa presenza dava un conturbante tocco latino-kitsch alle Mille e una notte di marca hollywoodiana.
Erano sottogeneri d’evasione esotica od orientaleggiante che calamitavano pubblici di tutto il mondo al botteghino, in un furbo impasto di continui colpi di scena, larvata sensualità, fascinazione di fiabesche terre lontane, sofisticata wilderness. L’apice delle avventure arrivava quando violenti uragani, tempeste di sabbia del deserto, apocalittici terremoti causavano sfracelli sterminando puntuali i cattivi. Mentre, pochi fotogrammi prima dell’happy end veniva riconosciuta la disponibilità della protagonista a farsi civilizzare per affrontare una vita “normale” accanto all’uomo del destino.
Come dire: la natura è tanto bella ma scomoda e pericolosa.
«Devasta l’anima degli uomini con la sferza dell’odio primitivo e il richiamo dell’amore pagano» enfatizzava lo slogan dell’interessante Selvaggia bianca (White Sauvage, girato da Arthur Lubin nel 1943 per la Universal) protagonista Maria Montez, preda anche lei come la futura selvaggia made in Germany di complotti scatenati da lucro e amore represso.
Ma di sicuro i registi del paio di pellicole su Liana, fragile monella che trionfava con innocenza assoluta, si rifacevano alla serie intitolata Jungle Girl interpretata nei primi anni Quaranta, per la Republic Pictures, da Frances Gifford nel ruolo di Nyoka, improbabile figlia di un medico dalla pelle bianca che agiva nelle insidiose paludi di Simbula. E visto il successone subito si continuò con Perils of Nyoka e Nyoka and the Tigerman. Come, appunto, Marion Michael che girò, nel 1957, il seguito Liana, la schiava bianca (Liane, die weisse Sklavin, regia di Herman Leitne) in cui lei, tornata in Africa, veniva cercata per amore o per denaro da due esploratori intraprendenti.
***
Altra ispirazione da non sottovalutare fu il filone dei comic books americani con la serie di tarzanelle, sempre bionde, coraggiose e seducenti che in castigato bikini o in aderente body fatto in pelliccia di leopardo o di tigre a coprire, esaltandolo, il fisico prorompente, sfidavano le bestie feroci, difendevano i nativi che le avevano allevate dalle mire dei colonizzatori trafficanti, battendosi anche a pugni nudi contro sbruffoni e malintenzionati.
La più famosa di tutte fu senz’altro la manesca Sheena, the Queen of the Jungle creata nel 1938 da William Thomas per le sceneggiature e da Mort Meskin per i disegni. Nel 1984 l’omonima versione cinematografica vedeva come protagonista Tanya Roberts, regia di John Guillermin. Ebbe il suo momento di successo anche Tygra disegnata nel 1948 da Ralph Mayo che per la prima volta lasciò irrompere nella avventure elementi fantascientifici e horror. Tra le altre successive “colleghe” in questa specie di Gotha fatto di nobildonne rustiche e un tantinello feroci si esibirono Taanda, White Princess of the Jungle creata da Louis Ravelli nel 1951, Lorna, the Jungle Girl di Bob Powell nel 1954 e nello stesso anno Luana, Terrors of the Jungle di L.B. Cole. Oltre l’ambientazione, un’altra doviziosa particolarità univa le sfolgoranti eroine del fumetto: le grosse tette che, fasciate nel costumino di pelliccia, conferivano l’innegabile carica sensuale al corpo palestrato. Ma era il volto statico, contornato dalla lunga chioma platinata e mai minacciato nella fresca bellezza da star sempre col make-up perfetto, a imporne il potere seduttivo.
In Europa spopolò nel dopoguerra l’italiana Pantera Bionda (autori: Dalmasso per i soggetti e Ingam per i disegni) combattiva femminista dotata d’un glamour esplosivo che vide allargarsi, dopo ripetuti sequestri, lo striminzito per quei tempi bikini in una specie di camicia di forza, affondandone sensualità e istinti per decretarne la fine.
Tutta una lunga tradizione, questa, delle fanciulline allevate a liane & banane pronte a sfidare tabù maschilisti, codici censori e di comportamento. Che cos’era in fondo Liana, immacolata vissuta tra le scimmie e i serpenti della foresta insidiata dalla pretesa civiltà se non il simbolo d’una fanciulla semplice, naturale, disinteressata, pronta al vero amore e altrettanto spregiatrice delle sue ritrovate fortune? A ben guardare, si trattava in fondo d’un angelo formato giungla con un tocco sbarazzino in più.
Era bionda, era bella, era acerbamente sexy, Marion Michael. Purtroppo sfortunata. Nel 1959, mentre girava a Montecarlo un film con Eddie Constantine, attore franco-americano specializzato nei ruoli di duro, venne coinvolta in un misterioso incidente automobilistico che le deturpò, sembra in maniera irreparabile, il viso stroncandole la carriera, secondo quanto andavano pubblicando i giornali.
Fu questa la ragione per cui la cosiddetta B.B. tedesca sparì di lì a poco dalle scene?
Claudio Dell’Orso (21 aprile 2004)

Immagini.
1, 2. Marion Michael, la B.B. tedesca in due fotogrammi Liana la figlia della foresta.
2, 3. Liana, la figlia della foresta con “L’incantevole Tarzan femminile Marion Michael” come strillano questi flani d’epoca.
4. Un primo piano di Maria Montez.
5. Maria Montez con Jon Hall in Selvaggia bianca.
6. Copertina di Pantera Bionda, serie di albi pubblicati dalla Casa editrice A.R.C. alla fine degli anni Quaranta.



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