Ragazze sedute sulla sedia trasparente «Ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa» (Nell Kimball da Memorie di una maîtresse americana).
Anni di plastica erano quei primissimi Settanta nei quali mi sono trovato a vivere le smanie erotiche dei dodici, tredici, quattordici anni. Erano tempi in cui provavo la prima emozione del cambiamento epocale, già lo scrivere sui quaderni non più la data 196 eccetera, l’aver spazzato via quel 6, sostituito con un moderno e spigoloso 7, mi dava l’idea che qualcosa fosse cambiato per sempre, avevo il senso dell’evolversi del tempo. Della modernità.
Per me il 7 è un numero di plastica, il 77 no, è umido, è di terra e nebbia, di amore e languore, di passione e scoperta... Profuma di pioggia, muschio, sesso e lacrimogeni il 1977. Ma l’inizio dei Settanta era indubbiamente altro, anni di una plastica che avvolgeva tutto, anche le copertine dei libri: la carta gigliata che serviva a foderarli perché non andassero sciupati era ormai vecchiume. E come sui libri, su tutto plastica, massima modernità, bellezza che spazzava il vecchio. Nelle proposte più alla moda solo plastica: trasparente, colorata, zigrinata, rilucente, disegnata, ma plastica, inesorabilmente.
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Io stavo crescendo allora, e come tutti i ragazzi avevo urgenza di parlare moderno, di vestirmi moderno, di ascoltare musica moderna, era quindi inevitabile che la plastica entrasse nella mia vita.
Ho portato l’esempio dei libri foderati di plastica perché sono sempre stati questi i miei compagni di smanie. Le aperture verso fantasie proibite che erano, com’è naturale sia a quell’età, sostanzialmente erotiche. Erotismo e libri dunque, in un clima di modernità in plastica.
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Ma la modernità costa, e più uno ha soldi, più può essere moderno. Questo capivo visto che mi mancavano molti dei gadget di plastica di quel tempo. Ma avevo un cugino ricco, figlio di uno zio industriale.
È a casa sua, durante un’estate, che ho scoperto l’esistenza di questa sedia dal sedile e dal poggiaschiena in plastica trasparente, ben diversa da quelle impagliate di casa mia.
Seppi solo molti anni dopo che si chiamava Plia e si trattava dell’oggetto creato da un noto designer. Che era insomma, una sedia importante, un’icona di quegli anni si dice ora.
In quel momento quella era “solo” la sedia sulla quale stava seduta mia cugina Silvie: portava gonne larghe e corte, la sedia era trasparente. Non mi ci è voluto molto a fantasticare immaginandomi disteso sotto quella sedia di plastica lucida dove si appiattiva il culetto di Silvie velato dalle mutandine.
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Qualche anno dopo quelle suggestioni mi ritornarono alla memoria mentre leggevo un libro in italiano, delle raffinate edizioni Adelphi, ricordo che aveva la copertina color marroncino e si intitolava Memorie di una maîtresse americana e, inutile dirlo, avrebbe dovuto essere negato alle mie letture minorenni. Motivo in più per tuffarmici dentro, e trovare all’inizio del secondo capitolo quella frase: «Ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa». La diceva la zia alla giovane Nell Kimball, autrice del libro scritto in forma biografica, alla quale la frase, vista l’età che non concede troppo sapere, sarà risultata altrettanto enigmatica che a me... Proprio bene non sapevo cosa fosse quella “fortuna”.
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Sono passati tanti anni, finiti quelli di plastica, nel senso che questa è diventata normale materiale del vivere quotidiano tanto da riempire discariche, ma anche da colorare campi e galleggiare sui corsi d’acqua sempre sotto forma di immondizia. La plastica è così tanta e ovunque che non si nota.
E in parte è ora osteggiata per motivi di pulizia ambientale, ma anche di gusto. Così si torna a ricoprire i libri con la vecchia carta a gigli, e si restaurano i mobili in legno messi nelle cantine in quegli anni Settanta in cui la plastica li aveva soppiantati.
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Ora che quella sedia non è più in produzione ecco che mi è stata data la possibilità di rendere pratica quella fantasia lontana, che avevo dimenticato anche se il germe del voyuerismo è cresciuto.
Un grazie speciale a una sedia in cellidor fumé.
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